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CHIESA DELLA MADONNA DI SAN NICOLA
CENNI STORICI E DESCRIZIONE
La Chiesa della Madonna di S. Nicola e l’annesso monastero furono edificati nella seconda metà del XV secolo da Mastro Antonio da Como, con la collaborazione di alcuni artigiani lombardi.
La nuova struttura fu consacrata e dedicata alla Madonna di S. Nicola il 10 maggio 1533 da Mons. Lorenzo Pastorelli Vescovo di Bagnoregio; nel corso della cerimonia furono riposte presso l’altare maggiore le reliquie di S. Martino vescovo, S. Lidano vescovo, S. Antimo martire.
Il complesso religioso, inizialmente affidato al clero secolare, per volere della Comunità locale nel 1559 passò agli Eremitani di S. Agostino, che vi rimasero fino alla soppressione napoleonica del 1810, quando fu affidato al seminario vescovile di Bagnoregio fino al 1873, anno in cui venne incamerato dal regio demanio e venduto al Signor Camillo Onesti. Morto Onesti, S. Nicola fu ereditata dalla nipote Enrichetta, la quale, nel 1913, lo vendette alle suore clarisse provenienti dal monastero dei Santi Simone e Giuda di Viterbo, che erano state costrette ad abbandonare il complesso monastico viterbese.
La chiesa, posta fuori le mura cittadine, ha la facciata a capanna con rosone al centro leggermente strombato, sormontato dallo stemma di San Bernardino, e portale di ingresso sopraelevato su tre scalini decrescenti, con stipiti e architrave scanalato. Sul portale è una lunetta affrescata. L’affresco è andato quasi completamente perduto, è visibile il volto della Vergine al centro e alcune figure irriconoscibili accanto ad essa. Nello stile riprende molto la facciata della chiesa di Santa Maria Assunta.
L’interno è a navata unica con copertura a capriate lignee. Il presbiterio è sopraelevato con una balaustra in peperino che separa l’area sacra da quella destinata ai fedeli, e presenta, al centro, un’edicola d’altare in stucco dorato. La parete di fondo è caratterizzata da un profondo catino absidale con calotta, completamente affrescato, così come affrescate sono tutte le pareti della chiesa. La narrazione degli affreschi, realizzati tra XVI e XVIII sec., si svolge su tre registri. Sul primo registro, a partire dall’alto, inscritti in tondi che si alternano a putti e festoni, sono dipinti i Profeti dell’Antico Testamento. Sul registro di mezzo, sono invece dipinte, entro otto riquadri per ciascuna parete, scene della vita di Gesù. Sull’ultimo registro, infine, sono rappresentati entro altari e riquadrature, varie rappresentazioni di carattere religioso con scene di Santi, della Vergine e di Gesù, spesso accompagnati dalle figure dei committenti o da blasoni di famiglie del luogo o del Comune di Vitorchiano. Nella calotta absidale è invece affrescato il Giudizio Universale. In controfacciata è la cantoria in legno, del XX sec.
I dipinti, secondo l’Aleandri, sono opera di vari artisti: “M.o Giustino da Montefiascone, M.o Valentino di Sebastiano da Viterbo, M.o Giovanni e M.o Guido d’Arezzo e M.o Giovanni Francesco d’Amelia”. Al centro del presbiterio è l’altare maggiore in stucco e muratura del XVI sec.
La prima scena della parete destra, sul registro inferiore, partendo dall’ingresso, rappresenta San Domenico con la croce, circondato da monaci, mentre dall’alto giunge un angelo. L’opera, danneggiata dall’istallazione sulla parete della cantoria, è datata 1684 e fu realizzata da Ciaccio Francesco, come è possibile leggere sull’iscrizione: SANCTES DE RUBEIS/ F.F./ MDCLXXXIIII/ Franciscus Ciacius Viter/ Pingebat.
Segue una nicchia strombata affrescata a trompe l’oeil, entro la quale è raffigurato San Michele Arcangelo che uccide il drago.
Accanto, è un altare con arcata realizzata a trompe l’oeil, entro la quale è raffigurata una scena bipartita che presenta in alto l’Annunciazione, mentre in basso vede raffigurati San Luca con il bue e San Bernardino da Siena. L’affresco venne fatto eseguire, come è possibile leggere sull’iscrizione in alto, dai fratelli Falcinelli di Celleno, che abitavano a Vitorchiano nel 1564. In alto è visibile, probabilmente, il blasone della famiglia.
Entro un altare con arco a tutto sesto realizzato a trompe l’oeil, è l’immagine della Madonna della Misericordia incoronata da due angeli, che col suo ampio manto blu protegge alcune donne lattanti. Dietro la Vergine sono raffigurati S. Marco Evangelista e San Liberato vescovo. Inginocchiata davanti alla scena è la committente “Domina Lattaria Burgi di Vitorchiano, che incaricò il pittore Mastrugio di Agostino di eseguire l’affresco, al quale diede dodici ducati de carlini, affinchè entro l’agosto 1514 dipingesse questa Madonna insieme all’affresco con San Michele Arcangelo e S. Maria”. Secondo l’Aleandri, invece, l’opera fu commissionata a “M.o Giustino e M.o Valentino con l’istrumento del 1514”. Nei pennacchi in alto, entro tondi, è raffigurata l’Annunciazione.
Successivamente, entro un arco a tutto sesto realizzato a trompe l’oeil, c’è l’immagine della Vergine col Bambino, accanto alla quale sono due santi purtroppo irriconoscibili a causa della caduta di colore. In alto sono due tondi della cui decorazione è andata perduta memoria, mentre la ghiera dell’arco è sormontata da uno stemma.
Procedendo ancora verso l’altare maggiore, entro una riquadratura è rappresentato S. Agostino vescovo tra S. Antonio col Bambino e S. Martino a cavallo, che con la spada si taglia un lembo del mantello e lo offre ad un povero. In alto, sulle nubi, è raffigurata l’Incoronazione della Vergine che tiene tra le braccia il Bambino. Sulle paraste laterali della specchiatura entro due ovali con cornice a volute, sono rappresentate da un lato Beata Rita da Cascia e dall’altro Beata Chiara da Montefalco con indosso gli abiti monacali delle Agostiniane. L’ultima scena del registro inferiore,inscritta in un altare, con arcata realizzata a trompe-l’oeil, raffigura il Battesimo di Cristo nel fiume Giordano, al quale assistono due angeli in preghiera ai lati. In alto, tra le nubi, è Dio Padre Benedicente, col globo in una mano, circondato da angeli. Leggermente più in basso, tra le nubi, discende la colomba dello Spirito Santo sul Cristo, la cui figura ricorda molto il martirio di San Sebastiano raffigurato sulla parete sinistra della chiesa. In basso, oltre la cornice, sono rappresentate due donne inginocchiate, probabilmente le committenti. Sui pennacchi, in alto, da un lato è raffigurato, secondo l’Aleandri, San Luca, che scrive il Vangelo su una tavoletta sorretta da un angelo. La stessa scena viene ripetuta anche nell’altro pennacchio nel quale però, l’Evangelista, è stato ricoperto dall’affresco adiacente, risultando visibile, dunque, soltanto l’angelo. Sul lato sinistro dell’arcata è invece raffigurato San Girolamo, probabilmente opera di Giovanni Francesco d’Amelia. L’opera è collocata tra le scene della Natività di Gesù e la Strage degli Innocenti del registro superiore, e un lacerto di affresco con donne in preghiera, dell’inizio del XVI sec, in basso. Questa scena doveva far parte di uno strato sottostante all’attuale, del quale rimane solo il primo dipinto a destra in basso della parete d’ingresso.
Sul secondo registro della parete destra, entro due paraste, è la Natività di Gesù, attribuita a Giovanni Francesco d’Amelia ed eseguita nel XVI sec. Si accentua, in questo dipinto, la vicinanza di Antonio del Massaro detto il Pastura. Accanto, entro due paraste, è la Strage degli Innocenti, attribuita anch’essa Giovanni Francesco d’Amelia. La scena molto concitata vede come protagonisti i soldati in atto di uccidere i neonati maschi che vengono difesi dalle loro madri. In fondo, sul lato destro della scena, è raffigurato Erode, il mandante della strage, che assiste da una finestra agli eventi. Qui il maestro nel momento della maturità artistica riassume, sviluppa e conclude il suo ciclo nella Chiesa di S. Nicola.
Dopo la rappresentazione della Fuga in Egitto,sormontata dal clipeo con la figura di Micheas, segue la scena della Disputa di Gesù con i Dottori nel tempio, del XVII sec. e di ambito romano. In alto discende la colomba dello Spirito Santo, circondata di luce. Sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Osia, il cui nome compare sul cartiglio al di sotto del clipeo stesso. Accanto è la scena del Battesimo di Cristo, del XVII sec. e di ambito romano. Al centro della scena sono Gesù e Giovanni Battista, entrambi appoggiati con un ginocchio su una roccia. In alto discende la colomba dello Spirito Santo, circondata di luce. Sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Esdra, il cui nome compare sul cartiglio al di sotto del clipeo stesso.
Successiva alla raffigurazione della Tentazione di Cristo da parte di Satana, sormontata dal clipeo con la figura di Davit, all’altezza della cantoria, è la scena delle Nozze di Cana, del XVII sec. e di ambito romano, col miracolo rappresentato in primo piano. In alto, sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Malachia, il cui nome compare sul cartiglio al di sotto del clipeo stesso.
Accanto è invece l’Entrata di Cristo in Gerusalemme a cavallo dell’asino, accolto dalla gente in festa, del XVII sec. e di ambito romano. In alto, sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto di un profeta.
Come precedentemente accennato, il presbiterio della chiesa è sopraelevato, con una balaustra in peperino che separa l’area sacra da quella destinata ai fedeli. Al centro del presbiterio è l’altare maggiore del 1709 in stucco. Quattro pilastri semi-addossati sorreggono una trabeazione sulla quale è posto un timpano spezzato, al centro del quale, è lo stemma di Roma sorretto da due putti dorati. Ai lati, fra due pilastri in due ordini stanno una serie di sculture in legno raffiguranti a destra in alto Santa Barbara che stringe nel braccio sinistro una torre a tre ordini, e San Francesco in basso; a sinistra in alto Santa Caterina d’Alessandria che stringe con la mano destra un grande volume, mentre nella sinistra una ruota ed un volto di una statua greca, e Sant’ Egidio col cervo in basso. Le sculture, del XVI sec., erano anticamente dei reliquiari, ed ornavano molto probabilmente l’altare preesistente, contemporaneo della chiesa.
Al centro, incorniciata da un arco decorato da fogliame, culminante con un cherubino, è l’icona affrescata della Madonna di San Nicola con il Bambino del XIV sec., di ambito viterbese. Non si conosce l’origine di questo affresco, forse originario di una primitiva cappella. Al di sotto, in stucco, è raffigurato lo stemma di Vitorchiano con la Porta Romana. Al centro della mensa d’altare è il tabernacolo a forma di tempietto.
Sulle pareti che circondano l’arco trionfale, sono invece affrescati sul registro inferiore a destra la Vergine in trono tra i santi Pietro e Paolo, mentre a sinistra è la Vergine in trono con San Rocco. Il primo degli affreschi, presenta il gruppo inserito entro una cornice architettonica costituita da un’arcata con calotta a conchiglia sulla quale si arrampicano due leoni, che tengono due lanterne. Al centro, sulla conchiglia, entro un tondo, è un’iscrizione in latino. Sulla parete sinistra dell’arco trionfale, è la Madonna in trono col Bambino raffigurata insieme a San Rocco. Il gruppo è inserito entro una cornice architettonica costituita da un’arcata con calotta a conchiglia sulla quale sono seduti due angeli, molto rovinati, che tengono due lanterne. Al centro, sulla conchiglia, entro un tondo, è un’iscrizione in latino: AVE/REGINA/CELOM. E’ molto probabile che l’opera sia stata eseguita dai maestri Giovanni e Guido d’Arezzo, insieme all’affresco, simmetrico, con la Madonna con Bambino e i Santi Pietro e Paolo, nel 1521. In alto si intravedono coppie di angeli che sorreggono dei clipei, mentre il resto della decorazione è andato completamente perduto.
Sulle pareti del catino absidale, invece, è un ciclo di affreschi con la Visitazione, Santa Barbara che abbraccia la torre, realizzato nel 1548, come è possibile leggere sull’iscrizione, probabilmente da Monaldo Trofi detto il Trufetta, e la Nascita della Vergine.
Nella Visitazione,la scena si svolge fuori dalle mura della città ed insieme alla Vergine e a Santa Elisabetta sono presenti altre due ancelle, una delle quali porta con sé alcune colombe bianche. Stilisticamente è possibile avvicinare questo affresco a quello della Nascita di Maria Vergine, posta sulla parete sinistra del catino absidale. Qui la scena si svolge in un ambiente chiuso nel quale la Vergine è sdraiata sul letto con accanto Gioacchino, mentre in basso due ancelle stanno facendo il bagno in una tinozza alla piccola Maria.
Nella calotta absidale è affrescato il Giudizio Universale, del XVI sec., di ambito viterbese. Al centro, in alto sulle nubi è Cristo Giudice affiancato dalla Vergine e da Giovanni Evangelista. In asse è un gruppo di angeli che sorreggono i simboli della Passione di Cristo, accanto ai quali si schierano da una parte e dall’altra gruppi di santi e beati in Paradiso. In basso, in asse con gli angeli reggi-simboli, sono gli angeli con le trombe che annunciano il Giudizio finale, ai lati dei quali sono i dannati rappresentati in un intreccio di corpi in movimento. All’estrema destra è il volto di Satana, rappresentato come un mascherone spaventoso che ingoia i peccatori. Le caratteristiche compositive e stilistiche confermano l’appartenenza di questo affresco alla stessa mano che ha dipinto gli affreschi delle pareti absidali, molto vicina a tendenze toscane. I tratti fisionomici delle figure qui rappresentate non hanno riscontro in nessun altro affresco appartenente alla chiesa.
Appena entrati, sul primo registro della parete sinistra, è la lapide tombale, del XVII sec., di ambito viterbese, apposta dalla famiglia Orlando di Vitorchiano, in onore di Orlando Ciriaco. Il sepolcro è costituito da due pilastri semi addossati scanalati, i quali sorreggono una trabeazione con timpano curvo spezzato, alla cui sommità è posto lo stemma marmoreo con i simboli della casata costituito da un elmo militare piumato sul quale è una stella con cartiglio che recita HAC DUCE. L’elmo poggia sulla testa di un cherubino posta al centro, in alto, di una cornice a volute. Sulla parasta laterale, dipinta, è collocato un medaglione entro cui è affrescata, con le tonalità del rosa, una figura di donna. Insieme ad un altro medaglione simile, doveva essere un motivo decorativo del primo altare a sinistra, ora scomparso.
Proseguendo è l’altare con l’affresco del XVII sec. raffigurante San Silvestro papa tra S. Tommaso di Villanova, mentre fa l’elemosina ad un povero, e S. Giorgio che sta colpendo il drago. In alto, sulle nubi, la Madonna tra S. Marco e S. Liberato. Sulle paraste laterali, entro due ovali con cornice a volute, sono rappresentati da un lato S. Guglielmo di Aquitania, sotto il quale è un cartiglio con iscrizione latina: S GVILLEMVS DVX/ AQVTANIAE ET/ COMES PICTAVIENSIS/ ORD.S S. AVGVSTINII, e, dall’altro, S. Vincenzo Martire. La decorazione venne commissionata da Fiore di Silvestro nel 1517, il cui stemma di famiglia, bipartito con un leone rampante e tre gigli, è posto sotto entrambi i medaglioni. Infatti, in un documento del 1517 Cinzio di Silvestro lascia a sua moglie Fiore il compito di erigere una cappella dedicata a S. Silvestro affidata a M.o Giovanni d’Arezzo che comincia l’opera nel 1520. L’affresco attuale tuttavia non presenta i caratteri peculiari di un’opera cinquecentesca e va quindi ipotizzato che l’attuale dipinto sia il rifacimento del cinquecentesco: tesi sostenuta dal fatto che Tommaso di Villanova fu canonizzato nel 1658.
Successivamente in alto è rappresentata una Processione che esce da una Basilica, del XVI sec, di ambito umbro, avvicinabile, nello stile, alla pittura del Pinturicchio, mentre in basso è raffigurata la leggenda secondo la quale un bambino, con in mano una conchiglia, spiega a Sant’Agostino che cercare di capire la Trinità era come cercare di mettere tutto l’oceano in una conchiglia. Sulla parasta laterale è affrescato San Sebastiano alla colonna, trafitto dalle frecce, opera del XVI sec. di ambito tosco-umbro. Questo dipinto è attribuibile a M.o Giovanni Francesco d’Amelia, data la notevole somiglianza fisica con il Cristo del Battesimo nel Giordano.
Proseguendo ancora verso il presbiterio, su due registri, sono affrescate le seguenti scene: in alto è una Processione con Santi e angeli, mentre in basso è rappresentato l’Assedio di Vitorchiano. La prima scena, del XVI sec., probabilmente opera di due allievi di G. F. d’Avanzano: M.o Giustino da Montefiascone e M.o Valentino di Sebastiano da Viterbo, “seguaci di maniera umbra e toscana”, non ha apparente connessione con i temi evangelici ivi trattati. L’episodio della seconda scena, del XVI sec. e di ambito viterbese, si può senz’altro far risalire alla storia di Vitorchiano, fatta oggetto di frequenti attacchi della vicina Viterbo, per sfuggire alla cui prepotenza si fece fedele di Roma. Questa pittura, unico esempio visivo dei combattimenti del passato, è attribuita a Giovanni Francesco d’Amelia.
Accanto è un altare del XVI sec. di ambito viterbese, commissionato da Maria Guerra di Torre nel 1585, come attesta l’iscrizione posta entro le riquadrature facenti parte della decorazione dei pilastri: IO MARIA DOTAVIT/ GUERRA DE MDLXXXV/ TURRE MOT/ HOC OPU FI/ ERI FECIT SU/ IS SUPTIBUS/ ET HANC CAP/ ELLAM. Questi ultimi, semi addossati, ricoperti a gesso e decorati con candelabri in stucco, sorreggono un architrave con fregio a ovuli e girali sormontato da una lunetta, il cui arco è decorato con teste di cherubini in stucco bianco e giallo. Alla base sono due stemmi della famiglia committente, raffiguranti due spade incrociate.
Nella lunetta in alto è affrescata la Resurrezione di Cristo tra i soldati dormienti, contemporanea alla decorazione dell’altare.
Al centro dell’altare è una nicchia con la Crocifissione, realizzata con l’utilizzo di vari materiali e tecniche affiancata da cornici a vetro contenenti ex voto d’argento. Su uno sfondo di broccato rosso è stato applicato il crocifisso, circondato di fiori sul quale grandeggia il corpo sproporzionato e deforme del Cristo col nimbo in seta rosa. Accanto è la statuetta della Madonna Addolorata, piangente, vestita di nero, che tiene un fazzoletto bianco nella mano
In basso l’altare è affrescato con la Pietà, in cui oltre al Cristo morto e alla Madonna, sono raffigurati San Giovanni e Santa Maria Maddalena. I compilatori della scheda OA dell’affresco sottolineano come l’esecutore si rifaccia alla scuola e alle tendenze di Costantino Zelli, mentre l’Aleandri attribuisce l’affresco o a Giustino da Montefiascone o a Valentino da Viterbo.
Sul secondo registro affrescato con episodi della vita di Cristo, all’altezza della cantoria, è la scena molto rovinata dell’Ultima Cena, realizzata da artisti viterbesi nel XVI sec. Anche se molto deteriorato, al centro della scena è ancora visibile Cristo e pochi volti di Apostoli, insieme al pane posto sulla mensa. In alto, sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Malachia. Accanto è, invece, l’Orazione di Cristo nell’orto del Getsemani. Nonostante le cattive condizioni dell’affresco, al centro della scena è riconoscibile Cristo che prega, mentre in basso, intorno a lui, si vedono gli apostoli dormienti. Anche qui sulla fascia decorativa, in alto, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Amos.
Proseguendo è la scena con Cristo davanti a Pilato, del XVI sec., di ambito romano, che secondo l’Algardi potrebbe essere opera di Giovanni Francesco d’Amelia. Tuttavia l’analisi stilistica potrebbe far supporre l’intervento di un ignoto artista di scuola romana. In alto, sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto di un profeta irriconoscibile.
Accanto è, invece, la scena con la Flagellazione di Cristo, anch’essa di ambito romano. Anche qui sulla fascia decorativa, in alto, sono due angeli che sorreggono un clipeo nel quale è il volto del profeta Davit.
Proseguendo ancora verso il presbiterio è possibile ammirare la scena con Cristo che porta la croce, del XVI sec., di ambito viterbese. L’attribuzione di questo dipinto può essere fatta al maestro Giovanni Francesco d’Amelia soprattutto in base al confronto della stessa figura in altri affreschi della chiesa stessa. Successivamente è rappresentata la Deposizione dalla Croce, opera del XVI sec., attribuita a Giovanni Francesco d’Amelia. Per l’attribuzione al maestro si deve prendere in considerazione il San Sebastiano. Accanto è, invece, la scena con la Discesa di Cristo Risorto al Limbo, opera attribuita al medesimo artista. La figura di Adamo è molto significativa ai fini di una ricostruzione storico-critica infatti una figura pressochè identica si ritrova nella Deposizione di Costantino di Jacopo Zelli della Chiesa di S. Maria della Verità a Viterbo. In alto, sulla fascia decorativa che sovrasta il ciclo, su cornici architettoniche, sono due angeli che sorreggono un clipeo per ogni scena, nei quali sono i volti di due profeti non meglio identificati.
L’ultima scena affrescata del registro superiore rappresenta la Trasfigurazione di Cristo, molto danneggiata. Nell’opera, del XVI sec. e di ambito viterbese, è possibile soltanto riconoscere Cristo Risorto, un angelo e alcune figure a lato in basso. Secondo l’Aleandri questa scena, insieme al Trasporto della Croce, alla Deposizione e alla discesa di Cristo Risorto al Limbo, “potrebbero essere attribuite a Giustino di Montefiascone e a Valentino di Sebastiano da Viterbo”
In controfacciata, in alto è la cantoria in legno, del XX sec., di ambito viterbese, sormontata dal rosone e dalle finestre. Presenta specchiature lisce, intagliate con decorazioni lignee al centro e sormontate da pannelli traforati. La parte centrale, che poggia su una struttura sempre in legno nella quale è l’ingresso alla chiesa, anch’essa divisa in specchiature, presenta l’emblema dei francescani, ovvero le braccia incrociate con la croce al centro.
Sulla parete sinistra della controfacciata, in una nicchia realizzata a trompe-l’oeil e coronata da un “crismos”, è raffigurato S. Nicola di Bari vescovo, in trono, che compie il miracolo resuscitando tre fanciulli che erano stati cucinati in una tinozza, come vuole la leggenda, rappresentati nell’affresco accanto a lui. L’affresco, del 1531, è probabilmente opera di Giovanni Francesco d’Amelia. In basso è la seguente iscrizione: Questa cappela a fato far Madona Cherubina at onor de Dio et de S. Nicola. A eterna Memoria de suo marito Liberato et de suo filiolo prete de Dio MDXXXI. Accanto si intravede, invece la scena in cui, il medesimo Santo, trattiene la spada di un malfattore mentre tenta di colpire un anziano.
Sulla parete destra della controfacciata, infine, entro un altare con arcata realizzata a trompe-l’oeil, è raffigurata la Vergine col Bambino, assisa sulle nubi, tra S. Martino vescovo e Sant’Antonio Abate, come si deduce dalle iscrizioni poste ai loro piedi. Ai piedi della Vergine è una iscrizione sulla quale compariva la data di realizzazione dell’opera, il 1550, ora cancellata.
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Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095249, 1977.
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Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095252-2, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095252-3, 1977.
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Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095273, 1977.
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Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095277, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095278, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095279, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095285, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095286, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095287, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095288, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095294, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095295, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095298, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095299, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095301, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095302, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095303, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095304, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095305, 1977.
Vecchiocattivi L.- Pedrocchi A. M , scheda OA n. 12/ 00095306, 1977.
– Un particolare ringraziamento al dr. Andrea Presutti per la consulenza scientifica e il materiale fotografico d’archivio fornito su Vitorchiano.















































